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Giovanni Persico

tessera Corda Fratres

Nasce a Benevento il 30 dicembre del 1878, ed è figlio del Cavalier Alfonso, Regio Commissario Prefettizio e Volontario Garibaldino, e della Contessa Adele Veneziani nonchè, nipote del dott. Rocco “condannato nel 1851 dalla Gran Corte Speciale di Napoli per reato politico a sette anni di carcere” come lui stesso ricorderà nel suo diario “Quaderno di un detenuto”.

La sua biografia può essere letta attraverso la documentazione ufficiale, oppure cercare cogliere dall’enorme quantità di cartoline che ha collezionato, quali fossero gli avvenimenti della vita quotidiana per inserirli ai fatti dell’epoca. La passione politica, l’attività di Avvocato e di giornalista, lo porteranno in giro per le città ed i paesi dell’Italia umbertina e giolittiana, e in tutte le occasioni possibili, spedirà e si farà spedire delle cartoline. Le memorie, scritte dalla cella 606 del sesto braccio politico del carcere di Regina Coeli nel settembre 1943, fanno mergere le elevate qualità umane e morali di Persico e nella pagina dedicata ai pensieri che suscita la vista sul Gianicolo della statua di Garibaldi, il ricordo va agli entusiasmi giovanili degli ideali garibaldini e a Stefano Canzio amato e venerato cone un secondo padre. Stefano Canzio, Generale e sposo di Teresita Garibaldi, in quegli anni è un mito vivente, è un protagonista della vita politica.

Lista Beneduce in Terra di Lavoro – Candidato per Assemblea Costituente

Note biografiche (a cura di Andrea Jelardi)

Giovanni Persico
Laureatosi in Giurisprudenza si afferma a Roma come Penalista, ed inizia l’attività professionale anche come giornalista, scrivendo su numerose riviste di diritto. Dopo aver partecipato al primo conflitto mondiale con il grado di Ufficiale, fonda a Roma, assieme ad altri l’Associazione Radicale Romana e ricopre anche l’incarico di Segretario Generale del Partito Radicale.
Eletto deputato nel 1921, durante il ventennio diventa uno dei più accesi oppositori del fascismo, e poi tenace animatore della resistenza. In rappresentanza del Partito Democratico del Lavoro, con Bartolomeo Ruini, Giovanni Persico è tra i partecipanti alla storica riunione dei partiti del Comitato Nazionale delle Correnti Antifasciste per la costituzione del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale). Assieme a Persico ci sono: Mauro Scoccimarro, Giorgio Amendola e Giovanni Roveda per il Partito Comunista; Alcide De Gasperi, Giovanni Gronchi e Giuseppe Spataro per la Democrazia Cristiana; Pietro Nenni, Giuseppe Romita e Sandro Pertini per il Partito Socialista di Unità Proletaria, Riccardo Bauer, Ugo la Malfa e Sergio Fenoaltea per il Partito d’ Azione; Manlio Brosio, Alessandro Casati e Leone Cattani per il Partito Liberale. Per la sua attività nel CLN Persico viene arrestato e nel 1943 à detenuto nel carcere di Regina Coeli. Nell’immediato dopoguerra Persico è nominato Prefetto di Roma e Sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro, nei primi gabinetti Parri (21 giugno-24 novembre 1945) e De Gasperi (10 dicembre 1945-1ƒ luglio 1946), ma il suo maggiore ruolo è quello di Deputato della Costituente per il Gruppo Democratico del Lavoro, poi diventato Gruppo Socialisti Lavoratori Italiani. In tale veste egli si adopera assieme ai colleghi per inserire nella Costituzione una serie di principi generali che potessero poi essere tradotti in leggi ordinarie, e si interessa soprattutto della questione relativa alle pene da infliggere ai detenuti e sulle finalità che ad essa si volevano attribuire,[1] soprattutto reinterpretandole come il frutto di una nuova sensibilità politica.
Nel 1948 Persico viene designato quale presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Carceri, per indagare sulle condizioni dei detenuti, voluta dalla Camera dei Deputati ad iniziativa dell’onorevole Calamandrei, la Commissione, nominata all’inizio di ogni legislatura, ha l’obbligo di riferire con una relazione annuale ai due rami del Parlamento, rappresenta la prima inchiesta sullo stato delle carceri della storia italiana e documenta, dopo gli anni dell’immobilismo del dopoguerra, in linea con il rinnovato interesse per i problemi penitenziari.
All’inizio di aprile 1950 il presidente della Camera, Giovanni Gronchi, chiede informazioni sullo stato dell’inchiesta della Commissione, ed il 26 aprile in una nota di Persico, vengono indicati i punti fermi del gruppo di lavoro e tracciate le linee generali per quanto era ancora da svolgere.
Il lavoro della Commissione Persico, nel frattempo diventato Senatore, si basa su uno studio ed un confronto approfondito dei vari ordinamenti penitenziari esteri, relativi soprattutto al funzionamento dei sistemi carcerari di alcuni Stati europei ed americani tra cui quello dell’Argentina. I lavori della Commissione terminano alla fine del 1950, ma la relazione finale risente fortemente della visione tradizionale dei problemi carcerari, seguendo lo schema del regolamento Rocco, di cui elimina o modifica solo quelle norme più assurdamente afflittive e vessatorie o connesse con l’ideologia fascista. [1] Il senatore Giovanni Persico inoltre, in un discorso pronunciato al Senato nel 1950, critica vivacemente la nuova disciplina del corpo degli agenti carcerari, e ricorda il disagio provato durante una visita alla scuola allievi agenti di custodia di Portici, nel rendersi conto che la mentalità e la disciplina erano quelli di una vera e propria caserma.
Egli sostiene che l’assimilazione degli agenti di custodia alle forze armate ha acuito il distacco fra le due categorie dei custodi e dei custoditi e potenziando quella mentalità e quegli atteggiamenti militari degli appartenenti al corpo, antitetici al ruolo di educatori e di assistenti che dovrebbero svolgere coloro che vivono a contatto con i detenuti.[3] I lavori della commissione parlamentare d’inchiesta avranno scarso peso politico, ed il governo sceglierà di non affrontare in Parlamento un dibattito politico sulle proposte di riforma avanzate dalla commissione Persico, preferendo regolamentare l’organizzazione penitenziaria con le circolari ministeriali, inviate dagli uffici della Direzione generale degli istituti di prevenzione e pena.
Nel 1951, attraverso questi strumenti, si attuano finalmente alcune proposte avanzate dalla commissione parlamentare, ma solo tre anni dopo, durante il governo Scelba, si emana una nuova circolare che assume il significato di un pesante richiamo all’ordine e di una restaurazione della tradizionale linea di gestione delle carceri. Ai direttori degli stabilimenti carcerari vengono fornite ampie assicurazioni che la loro azione diretta a ristabilire la rigorosa osservanza della legalità sarà giustamente apprezzata.[4] Oltre alla presidenza della commissione per l’inchiesta sulle carceri, Persico è molto attivo all’interno dell’Assemblea Costituente, ove propone numerosi emendamenti, tra i quali quello per l’impegno inviolabile dello Stato verso i sui creditori che, messo ai voti, non viene approvato.
Nel 1949, come Senatore, si occupa della normativa per l’elezione dei giudici della Corte Costituzionale da parte della suprema Magistratura e, sempre su sua proposta viene inoltre discussa, in sede dell’Assemblea Costituente, la delicata questione della liquidazione delle 60 mila pratiche di pensione e di indennizzo delle donne che, nel corso della guerra, subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata; egli a proposito sostiene la pronta corresponsione delle pensioni, senza trattenuta di quelle modeste somme già percepite da alcune nel 1944 dai governi francesi e italiano per l’immediato soccorso, e propone inoltre la concessione immediata a tutte di una indennità per i medicinali e cure gratuite presso i dispensari, gli ambulatori e gli ospedali della zona, sollecitando i concreti interventi del Governo nei confronti delle famiglie, dei bambini, della popolazione colpiti, soprattutto moralmente, dalla guerra.

[1] Il testo dell’art. 27 comma 3° approvato dalla Commissione dei 75 recita: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
[2] Ad una normativa moderna si arriverà solo molti anni dopo, con la legge 26 luglio 1975 n. 354 ove per la prima volta viene regolata la materia che attiene agli aspetti applicativi delle misure penali e alla condizione dei soggetti sottoposti all’esecuzione
[2] G. Neppi Modona, Carcere e società, in AA.VV., Storia d’Italia, Torino, Einaudi, 1973, vol.. 5, II, pp.1977-1984
[4] Cfr. G.Neppi Modona, op.cit.

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